La vocazione missionaria dei francescani

La Vocazione Missionaria dei Francescani

Parlare di Missione al Popolo, per noi Frati Minori, significa ritornare alle sorgenti della nostra vocazione. La nostra Fraternità s’impegna nell’annuncio del Vangelo nelle sue molteplici forme perché ha nel suo DNA uno statuto “missionario”.

 Francesco d’Assisi

San FrancescoAl tempo dell’incontro con il Crocifisso di San Damiano, Francesco era ancora un eremita indeciso quando, quasi folgorato dalle parole del mandato evangelico ascoltate durante una messa nella Chiesetta di Santa Maria degli Angeli, egli esclamò: “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore” (1Cel 22; FF 356) .

Questo episodio rappresenta il germe di ciò che si svilupperà lungo tutta la vita di Francesco. Egli, infatti, impegnato a conoscere sempre più profondamente il Vangelo per assimilarlo sempre meglio, troverà il proprio punto di arrivo nell’impegno ad annunciarlo.

La missione nasce quindi dal cuore di Francesco che si percepisce “inviato”: “Non ti ho chiamato per te solo, ma anche per la salute degli altri” (Fioretti XVI; FF. 1845). E questo stile lo condivide con i suoi fratelli.

Fin dai primi giorni la Fraternità si scopre chiamata ad annunciare quello che vive. Tommaso da Celano narra che subito alle origini, quando i fratelli erano solo in otto, avvenne il primo invio per il mondo. Francesco e i suoi diventano così annunciatori ed evangelizzatori.

Questo sarà un tratto caratteristico della vita francescana, cui viene dedicata esplicita attenzione in entrambe le Regole che poi Francesco scriverà. E questo indipendentemente dalla condizione laicale o ministeriale dei suoi fratelli.

Francesco sarà, tra l’altro, il primo fondatore di ordini religiosi a inserire nella Regola un capitolo sulle missioni: “Tutti quei frati che, per divina ispirazione, vorranno andare tra i saraceni e tra gli altri fedeli…” (Rb 12; FF. 107).

Giovanni Paolo II notava che “San Francesco, appassionato imitatore di Gesù, preferì l’itineranza evangelica alla tradizionale struttura della vita religiosa del suo tempo, fondata sul perno della “stabilitas loci” (Giovanni Paolo II Ai Religiosi Dediti Alle «Missioni Al Popolo» Nella Diocesi Di Roma). “Ottenuta l’investitura da parte del Papa, andando Francesco per città e villaggi, cominciò a predicare dappertutto” (Leggenda dei tre compagni, 54; cf. Tommaso da Celano, Vita prima, 62 e Vita secunda, 17) ed inviò i suoi frati nel mondo come “pellegrini e forestieri” (Rb 6 FF 90)

L’ “ambito missionario” della fraternità riguarda, per Francesco d’Assisi, ogni creatura: San Giovanni Paolo II notava che “il vostro Serafico Padre predicò davanti al Papa, ai Cardinali, ai Saraceni e persino agli uccelli e alle distese dei prati e dei fiori ed invitava tutte le creature a lodare Dio”(Giovanni Paolo II Ai Religiosi Dediti Alle «Missioni Al Popolo» Nella Diocesi Di Roma).

Ma quale era lo stile di predicazione di Francesco d’Assisi? Abbiamo due testimonianze di prima mano: la prima quasi agli inizi della conversione la seconda giunto oramai alla maturità. I “Fioretti”, narrano che Francesco d’Assisi dopo un lungo peregrinare, l’8 Maggio 1213 giunse casualmente a San Leo in occasione dell’investitura a Cavaliere di un Conte di Montefeltro alla quale era presente fra gli altri anche il Conte Orlando Cattani da Chiusi.

Alla presenza di tanta gente, Francesco non esitò e all’ombra di un olmo tenne una fervente ed appassionata predica prendendo spunto da una canzone del tempo che recitava “Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto” (FF. 1897). Le parole del Santo toccarono profondamente il Conte Orlando, che volle dargli in uso un Monte solitario, conosciuto col nome Verna, ritenendolo adatto a chiunque volesse fare penitenza. Non conosciamo il contenuto della predicazione ma appare molto bello che Francesco abbia esordito con un ritornello di canzone dell’amor cortese, che pensava più adatta ad attirare l’attenzione dell’uditorio e nello stesso tempo a veicolare il messaggio dell’amore di Dio.

Una seconda testimonianza è più dettagliata: Tommaso da Spalato, vescovo, quando era studente a Bologna assistette ad una predica di san Francesco nella piazza comunale ed è molto preciso nella data: 15 agosto 1222. Ricorda: “Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza”. Colpito dalla devozione popolare suscitata da questo laico, ignaro di latino, estraneo alla cultura dotta del tempo, Tommaso annota con acume che Francesco non predica come un ecclesiastico, bensì parla come colui che prende la parola in un’assemblea pubblica “concionando” interpellando vivacemente l’uditorio. Lo spessore «politico» della predicazione itinerante francescana è dato anche dall’argomento che sta al centro delle sue prediche: la pacificazione: “eppure Dio conferì alle sue parole tale efficacia che molte famiglie signorili, tra le quali il furore irriducibile di inveterate inimicizie era divampato fino allo spargimento di tanto sangue, erano piegate a consigli di pace” (Tommaso da Spalato FF 2252) (se vuoi leggere il testo per intero clicca qui).

 Antonio di Padova

Sant'Antonio di PadovaL’attenzione all’annuncio del Vangelo fa parte anche di un altro grande figlio di Francesco d’Assisi: Antonio di Padova. Conosciamo la sua biografia: da monaco agostiniano a frate minore e da candidato al martirio in Marocco a predicatore per tutta l’Italia settentrionale e la Francia meridionale)

La sua missione di annunciatore inizia – secondo le biografie – nel settembre 1222. Si celebrano a Forlì le ordinazioni sacerdotali. Viene meno il predicatore invitato per l’occasione: Antonio – religioso e sacerdote – viene invitato a sostituirlo: è la rivelazione del suo talento come predicatore. Nonostante sia straniero, dalle sue parole emergono la sua profonda cultura biblica proposta con la semplicità d’espressione. Da quel giorno Antonio viene inviato sulle strade del nord Italia e del sud della Francia per animare con la sua predicazione del Vangelo genti e paesi spesso confusi dai dilaganti movimenti ereticali del tempo.

Sant’Antonio inizia così la sua missione di predicatore: parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechizzazione con l’opera pacificatrice. Attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i sostenitori di eresie.

Sul finire del 1223 ad Antonio viene proposto anche di insegnare teologia a Bologna, compito che svolge per due anni, all’età di 28-30 anni, con l’approvazione di una lettera autografa di San Francesco. Sappiamo che nel 1226 Antonio è a Limoges, in Francia ma non abbiamo notizie chiare sul tempo del ritorno in Italia. Le agiografie indicano però la sua presenza ad Assisi nel Capitolo generale dei Frati Minori, tenuto in Assisi per la Pentecoste il 30 maggio 1227.

Convinto assertore del dogma dell’assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito “arca del Testamento”. Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua.

Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d’asma ed è gonfio per l’idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231: Antonio predicherà alle folle riunite numerosissime per ascoltarlo tutti i giorni della quaresima e poi si metterà a disposizione per le confessioni. L’impegno profuso da parte di Antonio nella predicazione e nel sacramento della riconciliazione durante la Quaresima del 1231 può essere considerato il suo grande testamento spirituale. Sarà grazie ai suoi interventi e insegnamenti che il podestà di Padova Stefano Badoer stabilirà che il debitore insolvente senza colpa, una volta ceduti in contropartita i propri beni, non deve più essere imprigionato. Questo statuto cittadino relativo ai debitori insolventi è datato 17 marzo 1231.

Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.

Antonio si dedica anche alla formazione dei suoi confratelli. Tra il 1227 e il 1228 scrive i Sermoni per le feste dei Santi. Possiamo definirli un trattato di dottrina sacra in forma di sermoni, con cui il Santo si prefigge di esporre tutta la Scrittura nella sua scansione delle letture proposte dalla liturgia domenicale e festiva del suo tempo. Sant’Antonio scrisse i Sermones con la finalità specifica di fornire ai suoi confratelli uno strumento di formazione per la vita cristiana. Gli argomenti trattati sono in generale quelli della fede e dei buoni costumi. Il Santo offre inoltre ai predicatori strumenti per la predicazione: come insegnare ai fedeli la dottrina del vangelo, come valorizzare i sacramenti, soprattutto la penitenza e l’eucaristia.