Il ‘400 francescano

 Il ‘400 Francescano

Le caratteristiche che abbiamo trovato nella predicazione di Francesco d’Assisi e Antonio di Padova sono le medesime presenti nelle grandi figure di predicatori del ‘400 francescano, tutti appartenenti alla Famiglia Osservante: san Bernardino da Siena, san Giacomo della Marca, beato Bernardino da Feltre il beato Marco da Montegallo e altri ancora.

In essi troviamo come caratteristica la predicazione popolare itinerante, nelle piazze e nei luoghi di incontro (non solo nelle chiese), la missione pacificatrice, la lotta contro l’usura e le piaghe sociali.

I predicatori si spostavano da una città all’altra, cercando di assecondare le richieste di coloro che li contattavano per permettere a tutti i cittadini, o ai soli membri di una confraternita, di assistere a una predica o a un ciclo omiletico per l’Avvento o la Quaresima. Gli itinerari erano studiati in anticipo, per ridurre la fatica del viaggio e per individuare le possibili tappe nei conventi dove i frati potevano trovare ristoro.

In mancanza di conventi nelle città, le autorità urbane si impegnavano a trovare l’alloggio e il vitto per il predicatore. Ad un certo momento, tanta fu la richiesta di predicatori da parte dei magistrati cittadini deputati al loro ingaggio, che il Papa fu coinvolto ad intervenire onde prevenire litigi tra le città, per cui alla fine era il Papa stesso che assegnava tale predicatore a tale città a seconda delle tante problematiche e dei favori che stavano sul piatto delle richieste. Di conseguenza il Vicario generale degli Osservanti (cioè il Superiore generale di tutta la Famiglia Osservante) veniva a svolgere una funzione di mediazione: assegnava al predicatore la destinazione che il Papa aveva per lui scelto.

Alcuni biografi furono particolarmente attenti a descrivere dettagliatamente i trasferimenti e gli spostamenti del predicatore di cui redigevano la vita. Il caso di Bernardino da Feltre è notevole: il numero dei suoi spostamenti risulta particolarmente alto rispetto a quello degli altri francescani. Se si dà credito alle informazioni fornite dal suo biografo, le città visitate da Bernardino da Feltre – in un’area che va da Trento a Roma – sarebbero state ben 108, e quasi 17000 i chilometri da lui percorsi dal 1471 al 1494.

Questi frati predicavano nelle chiese, in piazza, nei cimiteri, nelle sedi delle confraternite, ma anche nelle sale adibite alla tenuta di assemblee cittadine. Il passaggio del predicatore in città era un evento che coinvolgeva in modo straordinario ogni aspetto della vita urbana: i francescani, in particolare, erano chiamati per fare da pacieri tra le fazioni in lotta, stabilire le leggi suntuarie, sollecitare la fondazione di ospedali e predicare in favore dei Monti di pietà. Tali imprese erano in relazione con una visione dell’assistenza e della carità che si rifaceva all’esempio di Francesco d’Assisi. I francescani si dilungavano sull’utilità del dono e pronunciavano parole infiammate contro gli usurai, attingendo al vasto repertorio di aneddoti esemplari che mettevano in scena prestatori, i quali – restituendo il guadagno illecito, e poi pentendosi o convertendosi – avrebbero salvato la propria anima; gli altri, persistendo nel loro peccato fino alla morte, sarebbero stati condannati alle pene infernali.

Al di là della notorietà acquisita il successo dei Francescani era soprattutto legato al ruolo assunto dalla predica come veicolo culturale e come mezzo di diffusione dei modelli di comportamento cristiano. Oltre al ciclo di prediche in piazza, il frate era spesso chiamato a tenere dei brevi sermoni nelle confraternite. Attraverso la documentazione archivistica prodotta da tali associazioni, e grazie agli appunti scritti dai membri delle diverse confraternite, si può cogliere il ruolo di rilievo assunto dalla predicazione nella diffusione dei dialetti, e la risposta fornita dai Francescani al problema sociale dell’alfabetizzazione.

Bernardino da Siena – il primo fra i predicatori quattrocenteschi a praticare un’intensa attività pastorale nelle città italiane – fu il propagatore di una nuova retorica omiletica, basata su uno stile «chiarozzo, chiarozzo», come egli stesso amava definirlo, che prendeva spunto dall’esperienza di Francesco d’Assisi. Riuscì a foggiare una parlata popolare inedita nella letteratura italiana, presto imitata dai suoi discepoli, dei quali sono giunti fino a noi numerosi e importanti documenti relativi ai loro cicli di prediche. Bernardino fa uso di un sermone detto humilis il cui principale intento è parlare in modo chiaro, attraverso svariate astuzie retoriche, con lo scopo di attirare l’attenzione del pubblico: non si limita a interpellare gli uditori facendo riferimento alla categoria professionale alla quale essi appartengono, al loro sesso, o perfino alla loro religione, si rivolge direttamente ai singoli individui che frequentavano le sue prediche, interrompendo a sorpresa il filo del discorso. Farcisce inoltre la predica di proverbi e brevi storie, impiegando frequentemente la fraseologia dialettale. Praticare un tipo di comunicazione il più possibile comprensibile a tutti è insomma lo sforzo maggiore attuato da Bernardino: «l’arte de’ dicitori – egli afferma in una predica – i si è le cose de’ cieli e delle stelle e della sacra teologia e astrologia farle toccare con mano, cioè dirle in siffatto stile e sì chiaro a’ nostri intelletti che quasi te le faccino toccare e palpare e però non sono da biasimare i dicitori e predicatori che, per mostrarti le cose alte di sopra di noi, il faccino con essempli grossi e palpabili, che quello è l’arte del dire ben chiaro». Il parlare volgare di Bernardino da Siena era il mezzo per rendere la parola realmente efficace e comprensibile alle masse cittadine. Bernardino spiegava con una metafora contadina: “Piuttosto ti diletterai di bere il buon vino con una tazza chiara e bella che con una scodella brutta e nera”. Insomma curare il contenuto (il buon vino evangelico) e il contenente che deve essere bello (la forma, cioè la tazza).

È interessante sapere che le prediche di Bernardino da Siena ci sono pervenute grazie ad un fedele (o ammiratore) trascrittore, il quale a modo suo stenografava tutto, anche i sospiri del predicante.

Attraverso un linguaggio ricercato nelle battute a effetto, nella mescolanza tra latino e volgare, nei gesti, il predicatore diventava l’attore principale di un vero e proprio spettacolo, un fabulatore dalle capacità comunicative singolari tanto da poter tenere incatenati gli ascoltatori per una durata di una o due ore la predica.

Grazie anche allo stile retorico diffuso da Bernardino e imitato dai suoi discepoli, i rapporti fra la predica e la Sacra Rappresentazione diventarono così stretti da produrre vere e proprie contaminazioni fra i due ambiti. Oltre al frate senese, anche Giovanni da Capestrano, Roberto Caracciolo da Lecce e Bernardino da Feltre preparavano autentiche rappresentazioni drammatiche, per fare presa sulle emozioni del pubblico: all’interno del sermone venivano spesso inseriti brani versificati, o rappresentazioni della Passione di Cristo. La predica entrava quindi a far parte di un’articolata regia, trasformandosi in una performance nella quale la comunicazione verbale del frate e la recita incrociavano la comunicazione visiva: e ciò grazie anche all’uso che i predicatori fecero, da Bernardino in poi, delle immagini dipinte. Egli per la storia della Chiesa rimane un grande, originale ed efficace predicatore. Infatti “gli bastava trovarsi davanti al popolo per lasciarsi alle spalle la dotta preparazione ed entrare in perfetta sintonia con la gente semplice, usandone, con festosa gioia creativa, il linguaggio quotidiano. L’esemplarità di Bernardino da Siena è tutta in questa sua capacità di ripensare il Vangelo dal di dentro della cultura popolare e di travasarlo in un linguaggio che era, proprio come quello di Gesù, il linguaggio di tutti i giorni” (Ernesto Balducci). E questo non è poco.

Se si osservano le mappe degli itinerari dei predicatori celebri attivi nel Quattrocento si è colpiti dalla linea che separa l’Italia in due. I Francescani dell’Osservanza erano per lo più predicatori dell’Italia urbana, delle città prevalentemente comunali del Nord e del Centro. La presenza di un Roberto Caracciolo da Lecce nel Sud d’Italia è rara: predica a Napoli, a Lecce e nel Salento soprattutto alla fine della sua vita.

Una fitta rete univa quindi le città dell’Italia del Nord e del Centro, e ciò non solo sulla mappa degli itinerari dei francescani ma anche nell’immaginario degli uditori, dato che i viaggi e le visite in alcune città venivano spesso raccontati dai predicatori. Essi fornivano notizie sugli usi linguistici o le abitudini culinarie, il tipo di regime politico di città più o meno lontane, le censure messe in atto dai tiranni, la personalità dei potenti, l’imminenza di una guerra, o il malessere causato da una carestia, o altre previsioni sulle strategie di chi aveva in mano il potere nelle città e nei territori. Gli uditori potevano quindi farsi un quadro, certo parziale e limitato, di geografia politica dell’Italia delle città ascoltando i concioni del predicatore che inconsapevolmente diventava un portatore di notizie e sempre un mediatore culturale.

Sintetizzando potremmo dire che la predicazione del ‘400 conquistava l’uditorio non con ragionamenti astrusi e astratti, ma con la semplicità, con parabole, aneddoti, racconti, metafore, drammatizzando e teatralizzando il racconto. Era soprattutto attuale: castigava e canzonava le umane debolezze, le stregonerie, le superstizioni, il gioco e le bische (“diceva: “anche il demonio vuole il suo tempio ed esso è la bisca”), i piccoli e grandi imbrogli nel commercio al dettaglio, le mode frivole, i vizi in generale, pubblici e privati. Ma era feroce con gli usurai del tempo, una piaga antica (e moderna).

Ma qual era il centro della predicazione? Naturalmente Gesù Cristo, in un triplice aspetto: il Gesù “umanato” e cioè l’Incarnazione, il Gesù “passionato” ovvero la sua Passione e Morte in Croce, ed infine il Gesù “glorificato”, la sua Resurrezione e Ascensione alla destra del Padre.

Bernardino ed i suoi discepoli mettevano in risalto il primato assoluto del Cristo, la sua mediazione universale, la subordinazione di tutte le cose a Lui e in vista di Lui per arrivare attraverso Lui alla perfezione e alla comunione con Dio. È il tema centrale del “Christus Victor” diventato il Signore di tutto attraverso la sofferenza della Croce, rendendo tutti partecipi della salvezza dal peccato.